Raconti gratuiti - Josephine Poupilou

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di Josephine Poupilou

 
 
 
 
 

Continuavo a girare e rigirare la cannuccia nel bicchiere ancora pieno di acqua brillante, con moto lento e circolare.
Il mio sguardo si era perso in quel vortice trasparente e ipnotico.
Fuori dal bar la pioggia sferzava incessante, ma io la udivo appena.
Era come se i miei sensi si fossero affievoliti, fino ad annullarsi.
Per un attimo credetti di non esistere più, ma fui subito scossa da una voce.
«A cosa stai pensando?»
Alzai gli occhi e "ritornai ad esserci".
Mi trovavo in un bar con Alain, il mio fidanzato.
Vicino a noi c'era un gruppo di anziani, che ordinava da bere.
La musica in sottofondo e il profumo del caffè aleggiavano nell'aria.
Dai vetri arrivava lo scrosciare della pioggia sulle strade.
«Allora? A cosa stavi pensando? È da quando siamo entrati che ti sei ammutolita e hai quello sguardo assente. Avevi tanta sete e ora non bevi?» mi richiese, mentre mi guardava con un'espressione stranita.
«Ho sete ma... di pioggia» gli risposi senza pensare a ciò che dicevo.
«Sei proprio strana, oggi» mormorò lui dopo un momento di sgomento, senza tentare di comprendere la mia affermazione.
Non seppi spiegarmi il perché, ma quella frase fu come un fulmine a ciel sereno.
Possibile che il mio ragazzo non riuscisse mai a capirmi?
«Ho detto a Max e agli altri di raggiungerci qui» cambiò discorso.
"Di nuovo?!" gli volevo urlare in faccia.
Ogni volta che uscivamo insieme, c'era sempre qualche suo amico troppo spiritoso o troppo invadente, che ci teneva compagnia.
«Io me ne torno a casa» risolsi.
«Perch?»
«Sono stanca»
«Diciamo pure che i miei amici non ti piacciono!» sbottò irritato.
«Anche» ammisi.
Bevvi l'acqua brillante che avevo ordinato e uscii.
«Ci sentiamo» lo salutai.
«Ciao».
Pioveva meno forte, ma aveva cominciato a soffiare un'aria pungente ed era già buio.
Aprii l'ombrello e m'incamminai.
Non avevo voglia di tornare a casa, così mi lasciai trasportare dal vento.
Camminai a lungo senza una meta precisa tra le vie costellate di negozi che illuminavano tutta la città.
Le vetrine scintillavano ed erano tutte addobbate per il Natale ormai prossimo, ma io le oltrepassavo distrattamente.
Improvvisamente la mia attenzione fu catturata da un oggetto, esposto nella vetrina di un'argenteria.
Mi fermai e mi voltai per ammirarlo meglio.
Si trattava di una scultura in argento.
Il busto di una donna dai lineamenti delicati, eleganti, perfettamente simmetrici.
Ciò che mi affascinò maggiormente furono gli occhi.
Parevano inespressivi e vacui, quasi freddi, se non fosse per quella sottile goccia d'oro che scendeva dall'occhio sinistro lungo il viso.
Una lacrima. Una calda lacrima.
Qualcosa di così semplice e piccolo sembrava dar vita all'intero busto.
Quegli occhi prima così vuoti, ora risplendevano di una luce viva e cristallina.
Trasmettevano emozioni, purezza, innocenza, verità...
Mi resi conto che tutta la vita era racchiusa in quella singola lacrima dorata.
Sembrava di scorgere l'oceano dentro a una sola molecola d'acqua o l'intero universo in una stella.
Sorrisi, ma contemporaneamente una stilla mi rigò la guancia destra.
Quel contatto mi bruciò gli occhi e il viso.
Sentii il mio cuore protetto da un calore confortante, come se quella lacrima mi fosse scesa fino al petto, avvolgendomi completamente.

Inaspettatamente mi ricordai un episodio accadutomi quand'ero piccola.
Non rammentavo quanti anni avevo. Forse, otto o dieci.
Stavo giocando con una mia coetanea.
Fingevamo di essere delle guerriere che dovevano lottare contro dei mostri feroci.
«Io dirò "Fuoco scintillante, azione!". E tu? Quale arma magica userai?» mi chiese.
«Una lacrima» risposi con un sussurro.
«Perché una lacrima?» mi domandò sbigottita.
Non sapevo nemmeno io il perché.
Davanti all'aria preoccupata della mia amica, mormorai: «Così».
Ripensandoci, mi accorsi che quell'affermazione così stupida, in realtà nascondeva un significato più profondo.
Colpire qualcuno con una lacrima equivaleva a scagliargli addosso tutta la propria sofferenza, il dolore e la propria innocente purezza.
Esisteva qualcosa di più atroce e catartico nello stesso tempo?
Non credo, pensai.
I miei pensieri furono bruscamente interrotti dalla suoneria del mio cellulare e dalle urla di un bambino, che mi urtò la schiena con il suo piccolo ombrello.
Mi voltai.
La strada era più affollata di prima e faceva più freddo.
Erano le sette di sera. Era ora di tornare a casa.
Detti un'ultima occhiata al piccolo busto d'argento e corsi via con in mente un'unica immagine: una donna scolpita nell'argento, incapace di comunicare, ma che parla della sua vita attraverso una sola lacrima d'oro.

 

Una gelida pioggia batteva ininterrottamente, scivolando sul vetro della finestra, su cui avevo posato il palmo della mano sinistra.
Percepivo l'umidità, il ritmo accelerato della pioggia, le gocce stillare lungo il vetro liscio e leggermente brinato...
Sembrava che l'acqua riuscisse ad attraversare la finestra e permeare il mio corpo, penetrando dalla mano.
Una fredda e impetuosa sensazione cominciò a fluirmi nelle vene e a invadermi la mente.
Tutto divenne sfocato e grigio, come il paesaggio che stavo osservando.
Sentivo il mio cuore liquefarsi e diventare simile a quelle pozzanghere là fuori, che riflettevano il mondo circostante in immagini deformate e cupe.
In quel momento la mia anima assomigliava proprio a una triste, profonda e plumbea pozza d'acqua, in cui mille ricordi confusi nuotavano come piccoli pesci argentati, dalla coda lunga e scintillante.
La realtà intorno a me si fece evanescente.
Vedevo solo quei pesci vagare in quel piccolo specchio d'acqua, che rifletteva me stesso.
Affascinato dal loro movimento lento e sinuoso, cominciai ad avvertire un senso d'impotenza e d'inquietudine, che mi fecero sentire infreddolito e senza difese.
Solo e affranto per le cose perdute e per quelle non ancora ottenute.
Mi ritrovai a rimpiangere un passato che mi aveva fatto soffrire e a temere un futuro privo di certezze.
Mi rimaneva solo il presente.
Un presente fondato su ricordi indelebili nella mia mente, da cui non riuscivo a liberarmi e con un avvenire senza prospettive.
M'illudevo di potermi fermare in quel presente.
In realtà la vita continuava e il tempo non dava tregua a nessuno.
Bisognava andare avanti, arrivare alla meta, al compimento del proprio destino.
In un modo o in un altro tutti cercavano di arrancare verso il traguardo, me compreso.
Ognuno poteva scegliere il modo di affrontare quel lungo viaggio come meglio desiderava.
Anch'io ero partito verso la realizzazione di me stesso. La vetta più alta.
Ma quanti ostacoli e imprevisti mi erano piombati davanti, rendendo man mano il terreno più scivoloso e franoso! Sono caduto tante volte, ma sono sempre stato capace di risollevarmi da terra e continuare il mio difficile cammino.
Poi è arrivato il colpo di grazia.
L'ennesima caduta.
Quella volta avevo sentito le forze scivolarmi via...
Non ero più riuscito a rialzarmi.
Dentro di me ardevano le parole "Non ce la faccio!".
Mi era sembrato di essere precipitato in un baratro.
Non sapevo più dov'ero.
Non sapevo più chi ero.
Non sapevo più cosa volevo.
Cominciai a chiedermi che senso aveva tutto questo.
Raggiungere quella vetta non mi era sembrato più così importante, come lo era stato alla partenza.
Andare avanti mi era parso una stupida follia.
Decisi di fermarmi, creando una gabbia protettiva intorno a me.
Non volevo più vedere e sentire altro, ma la mia immobilità era solo un'illusione. In realtà stavo camminando all'indietro.
Improvvisamente capii che finché non avessi abbandonato i miei ieri, non avrei potuto vivere il mio domani e prima o poi lo stagnante oggi sarebbe stato troppo soffocante e opprimente...
Avvertii il bisogno di uscire sotto l'acquazzone.
Mi avviai verso la porta e lentamente uscii.
L'aria era fresca e subito una miriade di gocce mi picchiettarono il viso e le braccia nude.
Chiusi gli occhi. Sentii l'acqua scivolarmi lungo il corpo.
Provai una strana ma piacevole sensazione liberatoria.
Tutto divenne irreale intorno a me. Al di fuori del tempo e dello spazio.
Sembrava che la pioggia lavasse via quei cattivi pensieri e quei tristi ricordi.
Tutto mi scorreva addosso fino a perdersi nella pozzanghera ai miei piedi.
Rimasi a lungo sotto quella pioggia purificatrice con gli occhi chiusi, rivolti verso il cielo...
Proprio a quel cielo a cui spesso avevo chiesto aiuto e il coraggio di non arrendermi mai.
"Non può piovere per sempre". Queste parole, trascinate dal vento, mi sfiorarono il viso e finalmente ricordai.
Mio padre me le diceva sempre quando ero bambino e guardavo tristemente fuori dalla finestra quella pioggia cattiva che m'impediva di uscire a giocare fuori in cortile.
Quanto avrei voluto tornare a essere bambino e avere ancora vicino a me mio padre, che sapeva sempre rincuorarmi.
Purtroppo lui non c'era più e io avevo chiuso il mio cuore per non soffrire.
Avevo sigillato il suo ricordo in un cassetto della mia anima.
Solo ora capisco che, invece, mi avrebbe aiutato a superare quegli ostacoli della vita grazie ai suoi consigli e al suo affetto sempre vivi dentro di me.
Riaprii quel cassetto e sentii calde lacrime rigarmi il viso e invadermi la mente con l'immagine di mio padre, mentre m'insegnava per la prima volta ad arrampicarmi su una roccia del Mont Chaillon, a Pontey.
All'epoca avevo nove anni e mi ricordai che avevo affrontato quella prova con poca convinzione e tanta paura, mentre lui dal basso mi teneva e mi urlava: «Dài... Bravo... Dài, ce l'hai fatta!», anche se a volte scivolavo o non afferravo bene le prese.
Alla fine ero riuscito ad arrivare in cima, con il ginocchio destro sbucciato e dolorante, di cui mi rimase il segno.
«La cicatrice, che ti verrà, ti permetterà di ricordare il passato, ma ciò che oggi hai fatto, ti spingerà con maggiore sicurezza verso il tuo futuro» mi aveva detto mio padre quel giorno, tornando a casa.
Infatti, in seguito passai a rocce sempre più complesse.
Dopo dieci anni di allenamento, vinsi anche una gara di arrampicata, ma questo mio padre non lo seppe mai, dato che morì sei mesi prima.
Fu una vittoria priva di entusiasmo.
Mancava lui.
Mio padre.
Il mio maestro.
Colui a cui dovevo quel successo.
L'unico in grado di riempirmi di gioia e orgoglio con un solo sguardo.
Quella fu l'ultima volta che mi arrampicai.
Perché proprio ora, dopo vent'anni, quelle immagini, che credevo cancellate, riaffioravano dentro di me con un tale impeto?
Cercai risposte nella mia mente invasa dai ricordi.
Sentivo solo la voce di mio padre che mi tranquillizzava o m'invogliava a non fermarmi mai.
Rimasi a lungo ad ascoltare quelle parole incise nella mia testa.
Non so quanto tempo restai sotto l'acqua.
So soltanto, che quando riaprii gli occhi, mi resi conto che la pioggia era cessata.
L'aria era fresca e il mio respiro calmo.
Mi sentivo leggero, rigenerato e privo di quello squallore e di quel senso di inadeguatezza, che prima mi pesavano sulle spalle.
Ora la mia mente era libera e pulita.
Tornai al presente, al mio baratro e mi sembrò tutto più chiaro.

La soluzione era già pronta a sgorgare dentro di me.
Non può piovere per sempre.
Capii che avrei dovuto gettarmi alle spalle il passato, voltare pagina, crearmi nuove prospettive e avanzare verso l'ignoto futuro con fiducia e il cuore colmo di speranze.
Sì. Quello era quello che dovevo fare. Ne ero certo.
Respirai profondamente e finalmente mi sentii libero e riconciliato con i ricordi.
Avevo spezzato le catene che mi legavano a quell'infelice passato, che m'impediva di vivere serenamente.
Sentivo mio padre vicino a me.
Adesso ero vivo, vero e forte, pronto a sfidare ciò che la vita mi offriva.
Avevo ritrovato il mio cammino e tutto mi sembrò più vivido e semplice.
Certo, la mia strada non era ancora ben definita e sicura, ma ora ero consapevole che con la mia forza di volontà avrei potuto migliorarla.
Sorrisi grato a quel cielo diradato dalle nuvole spinte dal vento.
Sentivo il mio cuore palpitare di gioia.
Con passo deciso rientrai in casa.
Ero bagnato fradicio, ma sollevato, fiducioso e carico di energia.
In quel momento mi sentivo preda di una forza incredibile, capace di superare ogni difficoltà.
Dopo essermi asciugato, ritornai alla finestra.
Nel cielo, ormai schiarito, si stagliava un immenso e luminoso arcobaleno, verso il quale sentii la mia anima spiccare il volo.
Per me rappresentò la luce della speranza, che non si spegne mai e che sopravvive anche ai momenti più bui della vita.

 
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