Ti sposo ma non ti conosco - Josephine Poupilou

Vai ai contenuti

Menu principale:

Ti sposo ma non ti conosco

Libri


TI SPOSO MA NON TI CONOSCO
(NUOVA VERSIONE DI RAIZE HOTEL - AMNESIA A 5 STELLE)

di Derek Stevens e Josephine Poupilou

Cosa può essere accaduto a due perfetti estranei per ritrovarsi ammanettati al letto di un albergo a 2.500 miglia da casa.
LUI non lo sa. Non sa nulla, per dirla tutta. Non sa nemmeno chi è.
LEI non lo sa. Sa solo che non dovrebbe essere lì, vestita da sposa in una suite da luna di miele. Perché si trova lì? E come ci è finita in un abito bianco bello come quello?
Tutto sembra non avere senso e quando le cose sembrano andare meglio, ecco che compaiono documenti falsi per entrambi, una Colt M1911 semiautomatica, un test di gravidanza positivo e… due loschi individui determinati a trovarli a qualunque costo!
Non c’è tempo per pensare o per ricordare, ma solo per fuggire e riuscire a capire che diavolo è successo il giorno prima, di cui entrambi non ricordano nulla.
Un inseguimento senza esclusioni di colpi, dove ogni certezza crolla miseramente, ogni ricordo viene stravolto da ciò che scopriranno e le carte del destino si rimescolano ogni volta.
Un viaggio che porterà i due protagonisti a percorrere l’intera America fino al definitivo colpo di scena.

Volete un indizio? Potete trovarlo nella copertina stessa del romanzo.

Questo romanzo è scritto con doppio POV alternato.

LINK DI ACQUISTO: AMAZON e KOBOBOOKS e molti altri store online.


Se volete leggere i primi tre capitoli, potete leggerli online qui sotto.



TI SPOSO MA
NON TI CONOSCO



DEREK STEVENS
JOSEPHINE POUPILOU




PARTE PRIMA

RAIZE HOTEL





LUI






Uno stridore metallico sottile e molto vicino arrivò alle mie orecchie facendomi uscire da quello strano torpore senza sogni e senza tempo in cui mi sentivo rinchiuso.
La mente era ancora completamente intorpidita come, del resto, tutte le mie duecentosei ossa che sembravano essersi mummificate in quella posizione fetale da chissà quante ore… o giorni…
Provai ad aprire gli occhi ma appena uno spiraglio di luce solare riuscì a filtrare attraverso le mie ciglia, mi sembrò di essere colpito da un laser in grado di perforarmi il bulbo oculare fino ad arrivare al cervello, che cominciò a pulsare dolorosamente.
A malapena mi fuoriuscì un grugnito di dolore dalla bocca impastata. Provai a fare un profondo respiro ma le narici sembravano intasate da segatura fine e pruriginosa che ad ogni respiro s’infilava in gola.
Provai a tossire ma con scarsi risultati. Le costole non sembravano intenzionate ad estendersi per permettere all’ossigeno di entrare nei polmoni più del dovuto.
Intanto quel cigolio metallico, simile a una catena che sfregava contro qualcosa di liscio e ferroso, continuò a tormentarmi e a farsi strada dalle orecchie fino alla parte più razionale della mia mente.
Da dove arrivava quel rumore? Non era famigliare, tuttavia mi dava un lieve senso di conforto… come se non fossi solo.
Intimorito da quel suono estraneo ma nello stesso tempo rassicurato da esso, iniziai lentamente a muovere le dita riacquistando la circolazione perduta.
Anche le gambe accennarono a fare i primi timidi movimenti e mi accorsi subito di essere sdraiato.
Sentii un tessuto liscio come seta percorrere sotto le mie mani ancora lievemente formicolanti.
Lenzuola, pensai.
Ero a letto.
Il mio letto?
Quello non sapevo dirlo. Non ricordavo nemmeno com’era fatto il mio letto, in quel momento.
Tutto mi era estraneo.
Anche il profumo di donna che riuscii ad aspirare attraverso il naso affondato nel cuscino, non mi era famigliare.
Con uno sforzo sovrumano, riuscii a muovere la testa e finalmente a prendere maggior respiro.
L’aria intorno a me era profumata ma stantia come se la stanza in cui mi trovavo non venisse arieggiata da molto tempo. Sapeva di rose, di moquette nuova e di vino d’annata lasciato a svaporare per ore. Ma anche di altro… Qualcosa di indecifrabile ma a cui ero sicuro di non essere abituato.
Improvvisamente la mia mente si mise a sezionare ogni stimolo: la catena, il vino, la moquette, le lenzuola, il profumo di donna…
Ripensai alla mia camera da letto.
Ci pensai a lungo fin quasi a cadere in catalessi.
Niente.
Non me la ricordavo.
Non riuscivo a rammentare nemmeno com’era fatta: il colore delle pareti, la posizione del letto, l’odore della stanza…
Niente.
Assolutamente niente!
Fu un attimo e una certa ansia cominciò a pervadere ogni mia cellula.
Con la velocità di un lampo la mia mente cercò le risposte espandendo la ricerca dalla camera all’intera casa.
Anche lì il vuoto.
Ma come diavolo era possibile che non riuscissi a ricordare la mia casa, la mia cucina, il mio salotto…
Insomma, avrò pur mangiato e cucinato almeno una volta in vita mia, no?
Avrò pur guardato la televisione seduto su un divano o una poltrona, no?
Vaghi ricordi della stessa consistenza delle nuvole cominciarono a farsi strada: l’adorato sfrigolio di pancetta e uova, una poltrona bordeaux, un taglio al dito fatto con la lama di un coltello giapponese Santoku, il film "Blade Runner", la figurina autografata di Phil Rizzuto degli Yankees, il libro "Caccia silenziosa" di Derek Stevens…
Ricordi sì, ma inutili e troppo sfocati per trovare la giusta collocazione spazio-temporale.
"L’indirizzo! Sì, questo mi serve… Dove abito?" provai a riflettere spremendo le meningi, mentre i miei occhi riprovarono ad aprirsi e ad adattarsi a quel bagno di sole che inondava la stanza.
Se pian piano la vista tornò, la stessa cosa non si poteva dire dei miei ricordi.
Riguardo a strade, quartieri e addirittura la città… Il nulla! Un profondo buco nero aveva risucchiato ogni immagine. Persino le scritte sulla corrispondenza erano così confuse da essere illeggibili attraverso i ricordi.
Come se aprendo meglio gli occhi, potessi mettere a fuoco anche quelle poche rimembranze di un passato che sembrava non esserci mai stato, spalancai lo sguardo.
Decine di strati di tulle sembravano avermi avvolto come un mare di schiuma bianca, soffice e leggera.
"Che cos’è?" mi domandai in preda all’ansia, cercando con le braccia anchilosate dalla scomoda posizione di farmi strada verso quel tripudio di tessuto che si confondeva con le lenzuola anch’esse bianche come la neve e come la camicia che avevo addosso. Anche lei bianca con solo una macchia sul petto di colore dorato.
Non ne conoscevo il motivo ma sapevo che non ero tipo da andare a dormire vestito.
A stento riuscii a tirarmi un po’ su e mi annusai la macchia.
Un Bollinger, dedussi senza dubbi di fronte al profumo fruttato ma anche esotico e speziato, con una nota di miele percepibile al palato, che lo rendeva unico nel suo genere tra gli champagne più rinomati del mondo.
Avevo anche un papillon sfatto che mi penzolava sulla spalla. Era nero come i pantaloni eleganti e le scarpe lucide che indossavo.
Tutto mi sembrò fuori posto, ma non avrei saputo dire con precisione cosa. O cosa non lo fosse.
Non ero più in grado di riconoscere niente.
"Nemmeno me stesso!" urlò la mia mente sconvolta e finalmente libera dalla nebbia di quella strana stanchezza.
La domanda che già sentivo nella mia mente riuscì a formularsi anche sulle mie labbra arse e disidratate: «Chi sono?».
Quelle due semplici parole riuscirono a colpirmi con la stessa potenza di un pugno che mi contrasse violentemente lo stomaco.
Mi veniva da vomitare ma sapevo di essere a digiuno.
Avevo la nausea e uno strano malessere addosso che presto mi fece supporre di essere stato drogato e portato in quella stanza estranea che, man mano che il mio corpo acquisiva motilità, cominciai ad esaminare.
Provai ad alzarmi e improvvisamente quello stridore metallico che mi aveva svegliato all’inizio si rifece sentire. Era alle mie spalle.
Mi voltai e vidi solo la testata del letto in ferro battuto contro la parete color caramello spatolato.
Mi misi seduto cercando di prendere respiro, di ossigenare a fondo i miei neuroni, perché in quel momento avevo bisogno che ogni fibra e terminazione nervosa del mio corpo riprese a funzionare al massimo della loro prestazione per trovare le mille risposte che cercavo e che stavano inghiottendo di nuovo la mia mente verso il baratro da cui sentivo di essere appena uscito.
Chiusi gli occhi e provai a fare qualche esercizio di respirazione profonda… forse imparata in qualche corso di yoga o chissà dove e come.
Quando riaprii gli occhi, tuttavia ciò che mi si parò davanti mi rigettò nel mare ghiacciato della paura immobilizzandomi e cristallizzando i miei polmoni e tutta l’aria al loro interno.
Davanti a me, immersa nel tulle bianco sbucò una testa castana chiara piena di boccoli che adornavano e addolcivano il viso leggermente squadrato di una donna.
"Una donna!?" urlò la mia mente sconvolta.
Era sdraiata al mio fianco e dai lievi movimenti dell’imponente abito bianco che indossava, capii che stava per svegliarsi.
Incuriosito e atterrito dal fatto che anche scannerizzando ogni singolo frammento di viso e corpo conosciuto in passato non corrispondesse a quello della persona che dormiva beata a pochi centimetri da me, mi misi a fissarla come a voler memorizzare ogni sua caratteristica per paura che al mio prossimo risveglio avessi potuto dimenticarmi anche di lei. L’unica che forse poteva rispondere alle mie domande e dirmi chi ero.
Gli occhi lievemente truccati erano ancora chiusi, mentre la bocca carnosa e rosata era dischiusa in un dolce sorriso.
Inebetito anch’io mi ritrovai a sorridere mentre finivo di esaminare quelle guance morbide e setose, la fronte bassa e il naso piccolo e a patata.
Aveva un aspetto piacevole ma a tratti buffo e dall’età indefinita. Forse tra i ventisei e i trentadue anni.
"E io? Quanti anni ho io?" mi rincupii come succedeva a ogni nuova domanda senza risposta che mi assaliva la mente.
"Che aspetto ho?" mi domandai in affanno tastandomi il viso con le mani mentre lo sguardo correva nella stanza alla ricerca di uno specchio.
Dovevo sapere. Avevo bisogno di sapere.
Gli interrogativi erano sempre di più.
La testa sembrava potesse esplodere sotto il peso di quell’uragano di dubbi e buchi.
Provai a toccarla per scuoterla ma mi ritrovai a tremare di paura.
Avevo il terrore che se le avessi parlato, le cose si sarebbero complicate ulteriormente e le domande crescere ancora più di numero.
Inoltre quell’abito bianco a cui prima avevo dedicato poca attenzione, tutt’a un tratto cominciò a suonare come una sirena nella mia testa.
"Un abito da sposa… Lei è una sposa… la mia sposa?" farfugliò la mia razionalità sparata nell’ignoto come una pallina da flipper.
Scosso e sempre più vicino a vomitare bile, mi riguardai.
La camicia era sbottonata fino a metà petto e macchiata di champagne. Era ovvio che prima di addormentarmi avevo fatto festa.
"Ma perché? Io sono un festaiolo? Non credo… Non lo so… Non mi ci vedo a ubriacarmi… con una donna, per giunta".
Tuttavia anche il mio look era inequivocabile: sembravo uscito da un matrimonio.
"Il mio… matrimonio?"
Con l’ansia a livelli stratosferici, mi portai davanti al viso la mano sinistra alla ricerca della fede nuziale.
Ed è proprio in quel momento che risentii il suono della catena.
Mossi lo sguardo.
«Ma che diavolo…» esclamai scioccato di ritrovarmi ammanettato alla testata del letto.
In quel momento la fede lucida e nuova di zecca in oro giallo che illuminò il mio anulare passò decisamente in secondo piano.
Ero stato legato al letto e quel rumore che sentivo era la catena di metallo che scorreva sulla testata del letto!
Sì, ma chi? Perché? Quando?
Improvvisamente la rabbia che cominciai a provare attenuò l’angoscia che mi aveva oppresso il petto fino a quel momento.
Cercando di contenere l’irritazione tirai la catena legata al mio polso sinistro.
Questa girava intorno a un ghirigoro della testata di ferro del letto. Era impossibile sfilare la catena dall’asta senza tagliare il metallo a meno che non si avesse la chiave.
Stavo per mettermi a cercare la chiave in mezzo alle lenzuola nella speranza che l’idiota che avesse avuto quella stupida idea, avesse avuto anche la decenza di lasciarmi la chiave a portata di mano… quando mi accorsi che l’altra estremità delle manette non era collegata al letto ma stretta al polso destro della donna.
Un urlo acuto e improvviso squarciò il silenzio della stanza facendomi urlare a mia volta dallo spavento.
Mi voltai in preda al panico.
La donna si era svegliata e due occhi azzurri pieni di terrore erano adesso fissi su di me.
«Chi sei?» gridò atterrita tuffandosi giù dal letto.
Purtroppo la catena era troppo corta e ben presto mi ritrovai con il polso piegato dolorosamente intorno alla testata del letto e lei con il braccio stirato mentre cadeva scoordinata, all’indietro sul materasso.
«Ahia!» ringhiai cercando di tirare la catena, ma lei per tutta risposta continuò a urlare e a dimenarsi come un povero cucciolo di volpe con la zampa imprigionata in una tagliola.
A lungo proseguì il tiramolla da parte di entrambi alla conquista di centimetri di catena in più.
«Liberami!» si agitò ulteriormente la donna.
«Non posso!» sbraitai arrabbiato di ritrovarmi sempre il polso sbattuto contro la parete. Anche se non sembrava quella donna era più forte di quanto credessi.
«Liberami, ho detto.»
«Lo farei ma non posso! Anch’io sono legato, non vedi?»
«Liberami! Voglio andarmene… Non so nemmeno dove mi trovo! Dove mi hai portato? Chi sei? Lasciami andare.»
L’insistenza di quella donna e le sue domande strillate a 150 decibel, manco volesse rompere quella catena con la forza del suono, sicuramente mi stavano lesionando i timpani se non avesse smesso in fretta.
E la cosa che mi faceva infuriare ancora di più era proprio che non sapevo come calmarla dato che non ero in grado di rispondere a nessuno dei suoi interrogativi.
«Ti prego, calmati, ok? Non so perché siamo qui. Non so chi o cosa ci ha portato qui. Non so nemmeno perché sei vestita da sposa…»
Quell’ultima affermazione dovette colpirla perché improvvisamente smise di urlare e si guardò il vestito.
«Mi sono sposata?» sussurrò appena cercando conferma anche lei nella fede al dito che scintillava come una stella nella notte.
«Non lo so, ma credo di sì» sospirai cautamente per evitare un’altra scenata isterica.
«E con chi?» mormorò timidamente con le guance arrossate dall’emozione.
«Forse con me?» mi ritrovai a chiedere sperando nei suoi ricordi, mentre gli mostravo la mia fede.
«Forse?» si stizzì all’istante.
«Non mi ricordo» ammisi precipitando di nuovo nella disperazione.
Per tutta risposta la donna mi fissò a lungo.
Potevo vedere nei suoi occhi la stessa angoscia che percepivo dentro di me.
«Ma chi sei tu?».
Quella domanda ebbe l’effetto di distruggere ogni mia speranza.
Neanche lei sapeva chi fossi.
«Non me lo ricordo. Speravo tu potessi aiutarmi. Mi sono svegliato poco fa e non mi…»
Non riuscii a concludere la frase che di nuovo la catena tornò a tirare, mentre la scena isterica di prima riprese da capo.
«Aiuto!» urlò a pieni polmoni. «Aiuto! Qualcuno venga a liberarmi!»
«La smetti di gridare?» mi spazientii dopo cinque minuti di lacerazioni al condotto uditivo.
«Ma chi sei? Perché mi hai portato qui? Cosa vuoi da me? Perché mi hai vestito così? Mi hai drogata per sposarmi! Ammettilo!»
«Ma hai capito cosa ti ho detto prima? Ho perso la memoria! Non ricordo nulla!»
«Credi che io sia così stupida da crederti? Se pensi di impietosirmi con questa storiella melodrammatica, hai sbagliato di grosso. Intendo chiedere il divorzio se questo matrimonio è davvero valido, mi hai capito, stalker dei miei stivali?»
«Stalker? Ma sei impazzita? Nemmeno ti conosco» gridai indignato. Era vero che non sapevo nulla di me, ma mi rifiutavo di pensare di arrivare a fare cose simili.
«E come fai a dirlo se hai perso la memoria?» esclamò lei trionfante.
«Hai ragione. Non so lo. Io credo…» cedetti cercando di tenere a freno il nervosismo.
«Oh Dio! Succedono spesso queste cose: donne rapite, stuprate, sposate sotto l’effetto di sostanze stupefacenti...»
«Ehi! Calmati! Per quel che ne so io, questa giostra potrebbe essere stata messa in scena da te. Una pazza che rapisce e droga l’uomo di cui è innamorata»
«Impossibile!»
«E come fai a dirlo?»
«A differenza tua, io so chi sono.»
Quell’affermazione mandò in totale black out il mio cervello.

LEI






Essersi svegliata vicino a uno sconosciuto era già stato uno shock, ma sentirsi sequestrata da un uomo che soffriva di amnesia era da uscirne pazza per il resto della vita!
E come se tutto quello non bastasse, ero vestita da sposa! Io! Sposa!
No, no, no! Impossibile!
Eppure più vedevo la fede scintillare nel mio anulare mentre non riuscivo a smettere di accarezzare quello che doveva essere l’abito bianco più principesco e vaporoso del mondo, più la mia mente sognatrice urlava di felicità per quel desiderio realizzato dopo anni di delusioni e solitudine, spesi ritagliando le foto dei matrimoni più belli degli altri nella speranza un giorno di poter anch’io convolare a nozze come nelle fiabe più romantiche.
Peccato che quella non era una fiaba!
No, il mio era un incubo, una realtà a me estranea e il mio principe era un perfetto sconosciuto di almeno quarant’anni, con i capelli brizzolati sulle tempie, gli occhi grigi scuri, da cui partivano due rughe che probabilmente si accentuavano ad ogni sorriso, e la memoria di un criceto narcolettico.
«Davvero sai chi sei?» mi domandò l’uomo con un’espressione mista tra lo shock e la diffidenza.
«Certo! Mi chiamo Jane Mosey» mi presentai immediatamente cercando di nascondere l’irritazione di fronte ai suoi occhi socchiusi in una sorta di scannerizzazione della mia persona alla ricerca di un indizio per capire se stavo mentendo.
«Sul serio?»
"Se continua a mettere in dubbio la mia parola ancora una volta, lo strozzo con le mie mani!"
«Jane Mosey. Confermo. Io almeno mi ricordo come mi chiamo» gracchiai stizzita facendolo inviperire come potevo notare dai pugni serrati e dalla mascella tesa che aveva.
«E sei sicura di non conoscermi?» sibilò offeso e sospettoso.
«Sì… Penso di sì»
«Come "pensi"?»
«Credo di sì! Insomma, magari ti ho già visto ma non me lo ricordo»
«Insomma! Ti ricordi o non ti ricordi di me?»
«Non con precisione!» urlai agitata per quell’interrogatorio.
«E poi sarei io quello a non ricordare niente!»
«Non posso ricordare tutti quelli che incontro! New York è immensa! Magari ci siamo solo visti una volta per strada o che ne so io!»
«New York?»
«Sì, io abito lì. Anche tu sei di New York?»
«Non me lo ricordo» grugnì furioso scandendo bene ogni parola come se stesse parlando a una povera deficiente.
Una parte di me era subito pronta a insultarlo e a tornare a urlare alla ricerca di aiuto, ma quello sguardo spaventato e assetato di risposte, che continuava a fissarmi smarrito mi bloccò.
Quell’uomo sembrava innocuo, sperduto e confuso come me, se non peggio.
Frustrata e dispiaciuta per quella situazione assurda, tornai a sedermi sul letto.
«Ricordi almeno se hai qualche anziano parente ricoverato al St-George Recovery?» provai a chiedere tentando di essere gentile.
«Non so cosa sia»
«È una casa di riposo per anziani. Io lavoro lì come assistente da tre anni» spiegai omettendo il fatto che avevo conosciuto quel posto quando avevo dovuto farci ricoverare mio padre colpito dal morbo di Alzheimer, undici mesi dopo la morte di mia madre per cancro ai polmoni.
«Non credo di essere mai andato al St-George Recovery, però non potrei dirlo con certezza. La mia memoria è un immenso buco nero» si rabbuiò l’uomo mettendosi le mani tra i capelli.
«Sono sicura che la memoria tornerà» mi ritrovai a consolarlo accennando un timido sorriso.
«E se non torna? Cosa farò? Non so chi sono. Dove abito»
«Una volta che ci saremo liberati da questa catena, possiamo andare alla polizia. Magari c’è già una segnalazione della tua scomparsa. E nel frattempo posso ospitarti a casa mia» proposi pentendomi subito dopo. Perché ogni volta che vedevo qualcuno in difficoltà mi sentivo in dovere di soccorrerlo?
«Grazie» sussurrò appena a disagio distogliendo lo sguardo turbato.
«Vedrai che tutto si risolverà…» continuai speranzosa.
«Quindi hai le chiavi per liberarci da queste manette? O un seghetto per tagliare la testata del letto?» si rianimò di improvviso.
Ecco! Un altro problema! Un’altra domanda senza risposta!
Non era bastato trovarsi al fianco di un uomo privo dei suoi ricordi e a me totalmente sconosciuto! No! Figurarsi se la fortuna ogni tanto girava dal mio lato! Eh, no! La sfortuna era una persecuzione e se le cose potevano andare di male in peggio, stai tranquilla, che andavano sempre e inesorabilmente peggio!
"Dea Bendata del diavolo!"
«Immagino sia inutile chiederti cos’è successo, perché siamo finiti qui, chi è stato a farci questo e perché»
«Non so nulla. Speravo potessi illuminarmi tu e invece… Pensavo che magari eri tu la causa di tutto questo e magari mi hanno messo in mezzo perché sono tuo marito»
A momenti crollo dal letto al suono della parola "marito".
«Alt! Fermo! Io non sono sposata! Tu di sicuro non sei mio marito! Non mi sarei mai sposata con uno sconosciuto!»
«Sei sicura? So che certe donne hanno questo tipo di fantasie… almeno credo»
«Non io! Questo è certo!» sussultai imbarazzata ripensando a tutto il progetto che riempiva il mio raccoglitore "Il mio matrimonio perfetto": l’abito perfetto pieno di tulle impreziosito da cristalli Swarosky, il bouquet di rose bianche e rosse con mughetto, la location perfetta addobbata con fiori e con la passerella delineata da un tappeto di petali bianchi e archi di fiori, la chiesa luminosa e sostenuta da larghe colonne corinzie che sostenevano l’ampia struttura dal soffitto altissimo e decorato con angeli felici che volavano nel Cielo… E poi, Lui! Il mio Lui perfetto, sorridente e innamorato che mi aspettava all’altare nel suo tailleur nero di alta sartoria con una rosa rossa nell’occhiello!
Sospirai affranta per i miei sogni irrealizzabili.
Riguardai la fede nuziale al mio dito: era il simbolo di un amore completo e sigillato per l’eternità. Non di certo quella farsa che stavo vivendo!
Provai a togliermela ma senza risultati.
«Ti prego, concentriamoci su questo» mi riportò l’uomo alla realtà facendo dondolare la catena finendo per tirarmi il braccio verso di lui. «Magari la chiave è qui da qualche parte. Dobbiamo comunque prendere in considerazione che potremmo essere stati noi a combinare tutto questo casino»
«Io non sono stata» puntualizzai tornando a chiedermi se non avessi davanti il mio sequestratore bugiardo e ingannatore.
«Magari non eri in te… Del resto, hai ammesso poco fa che nemmeno tu sai perché sei qui. Non sai nemmeno dove siamo»
«In una camera d’albergo, suppongo» dissi guardando in giro e vedendo sulla porta scintillare una targhetta dorata con il numero 165.
«Anch’io l’ho pensato.»
Almeno su una cosa eravamo d’accordo!
«Cerchiamo la chiave» esclamammo quasi in coro.
Purtroppo la catena mi permetteva appena di scendere dal letto, ma dalla mia postazione potevo vedere tutta la camera.
La stanza era molto grande per essere un semplice albergo. Forse era una suite.
Il letto era appoggiato alla parete di fronte alla porta e i ghirigori di metallo brunito giocavano vivacemente contro la parete spatolata di un bellissimo e caldo tortora.
Le lenzuola erano di seta bianca e la coperta, riversata sul pavimento, era in raso beige con decori floreali leggermente più scuri.
I comodini erano vuoti a parte una sveglia in stile vintage che segnava le dieci passate, del mattino, dedussi dal sole che entrava nella stanza attraverso dei grossi finestroni coperti da una sottile tenda in lino bianca con i risvolti merlettati color caramello.
Aprii il cassetto del mio comodino: c’era la scatola delle fedi. Sulla garanzia c’era il timbro della gioielleria ma era sbavato e le scritte erano indecifrabili.
A piedi scalzi, camminai sulla moquette più morbida, pulita e profumata che avessi mai visto e sentito.
Purtroppo riuscii a fare solo due passi, non abbastanza per arrivare al tavolino di vetro che troneggiava insieme a due poltrone barocche dalla parte opposta della camera, da cui si poteva guardare l’enorme TV da cinquanta pollici, attaccata al muro.
Tuttavia vi trovai altri vestiti buttati alla rinfusa sullo schienale delle poltrone e una valigetta a mano, nera, sul piano in vetro, insieme a un secchiello da champagne pieno di ghiaccio sciolto e una bottiglia vuota rovesciata su un foglio. Provai a tirare il collo e alla fine vidi le scritte "Bollinger" sulla bottiglia e "Jane Mosey nata a New York il 14 aprile 19… Atto di… rimonio…" sul foglio. Il resto delle scritte erano stati rovinati da una colata di spumante che aveva rovinato l’intero documento. Tuttavia sul quel documento c’erano i miei dati e questo mi bastava.
Infine, vicino alla porta socchiusa del bagno si ergeva uno specchio che arrivava quasi fino al soffitto.
Mi allungai ancora di più, facendomi male al polso e infischiandomene dei lamenti da orso brontolone del mio compagno di disavventura.
Appena il mio corpo si rifletté, tutto cessò di esistere per un lungo momento.
La sorpresa e l’estasi che provai di fronte al mio aspetto mi fecero dimenticare ogni cosa!
"Sono la sposa più bella del mondo" urlò la mia mente con il cuore impazzito che sembrava volermi saltare fuori dal petto.
L’abito da sposa che indossavo era meraviglioso con il corpetto rigido con la scollatura a forma di cuore e impreziosito da centinaia di luccichii che scintillavano nonostante la poca luce.
Mi stava a pennello mettendo in risalto quel poco seno che avevo e mi stringeva sui fianchi tanto da farmi dubitare di aver ricevuto una liposuzione prima di riuscire a stare lì dentro.
La gonna poi era decisamente vaporosa, fiabesca, cosparsa da paillettes opalescenti che scintillavano a ogni movimento. Avevo pure lo strascico!
Tuttavia la parte che mi colpì maggiormente furono i boccoli disordinati che mi contornavano il viso. Qualcuno si era preso la briga di schiarirmeli passando da un castano-grigio topo a un castano chiaro che m’illuminava il viso finemente truccato. E lì, ebbi la certezza assoluta che qualcuno si era preso cura di me perché tra me e il make-up c’era un rapporto di solo odio puro.
Stentai a riconoscermi! Per paura di perdere la memoria a forza di guardarmi, iniziai a ripetere il mio nome sottovoce.
«Sono Jane Mosey, trentadue anni e faccio l’assistente agli anziani al St George Recovery. Sono single e ho l’abbonamento al Bride Magazine»
«Scusa, Jane, potresti darmi un po’ di spazio?» s’intrufolò l’uomo nella mia nenia, iniziando a tirare la catena. Per colpa mia, non era riuscito nemmeno a mettere un piede fuori dal letto.
Imbarazzata, mi attaccai alla testata del letto, lasciandogli più spazio possibile.
«Ecco la chiave!» urlò subito dopo indicando un piccolo oggetto di metallo vicino alla scrivania completamente invasa da fiori, tra cui un meraviglioso bouquet di rose banche e rosse, cesti carichi di prelibatezze raffinate, frutta e cassette di vino d’annata.

LA CHIAVE






"Poteva andarmi peggio" mi ritrovai a pensare nascondendo un mezzo sorriso di fronte alla commozione di Jane avvolta nel suo bellissimo abito da sposa davanti allo specchio.
"Davvero è mia moglie?" mi chiesi non sapendo se la cosa potesse crearmi più piacere o disappunto.
Inoltre da quando aveva capito che non le stavo mentendo, si era calmata e avevo davvero apprezzato il suo invito ad aiutarmi e a ospitarmi a casa sua.
Mi sentivo facilmente diffidente verso ciò che mi circondava, ma quella donna era troppo emotiva e di facile interpretazione per non avere la certezza che fosse una persona sincera e finita in quel casino per errore o comunque contro il suo volere.
Finalmente libero di muovermi più liberamente, cercai di arrivare alla chiave che avrebbe messo fine a quell’assurda prigionia.
Mi spinsi e mi allungai il più possibile ma mancava ancora molto spazio per arrivare alla chiave.
Provai a tirare la catena ancora di più e guadagnare centimetro dopo centimetro ma l’urlo di dolore di Jane mi bloccò.
Mi voltai e la trovai con il viso segnato dalle sbarre, il braccio girato malamente tra la testata e il polso arrossato dalla manetta.
«Scusa» mormorai in colpa. «Ma non ci arrivo per pochi centimetri»
«Riproviamo» m’invitò lei ma ogni sforzo sembrò invano.
«Prendi qualche oggetto per arrivare alla chiave!»
«Ma cosa?» s’innervosì lei lanciandomi i cuscini, la coperta e la sveglia.
Irritato come non mai per avere la soluzione a portata di mano senza però riuscire ad arrivarci, me la presi con il comodino prendendolo a calci.
«Hai guardato nel cassetto del comodino?»
«Certo!» mentii inviperito ancora di più per non averci pensato subito.
Di scatto aprii il cassetto, dove trovai un fagotto di tessuto grigio.
Irritato per l’inutilità dell’oggetto, lo lanciai furioso sul letto, ma appena questo rimbalzò sul materasso, ne uscì una pistola.
"Una pistola?!". Per poco non mi venne un infarto alla vista di un’arma.
L’urlo terrorizzato di Jane mise davvero a dura prova la mia membrana uditiva.
Stavo per avvicinarmi per capire meglio che arma avevo di fronte, quando Jane riprese a tirare la catena fin quasi a romperla nel tentativo di scappare.
«Assassino!» mi urlò addosso spaventata.
«Cosa diavolo stai dicendo? Non sapevo che ci fosse una pistola dentro il cassetto»
«E magari adesso mi dirai che non è tua… o almeno così credi, dato che soffri di amnesia»
«Esatto» sfuriai arrabbiato.
«Oh, Dio! Io non so più a chi credere!» si agitò Jane continuando a ferirsi il polso a forza di tirare la manetta.
«Jane, non voglio farti del male e sono sconvolto quanto te di aver trovato una pistola nella camera! Da un lato questo è positivo perché significa che non siamo stati rapiti. Nessun sequestratore ci avrebbe lasciato una pistola nel cassetto del comodino facilmente raggiungibile, non credi?»
«Perché si trovava nel tuo cassetto e non nel mio?»
«Non lo so. Non so nemmeno se è mia o no»
«Oggigiorno tutti hanno una pistola in casa, vero?» cercò di ragionare Jane tornando ad avvicinarsi con cautela.
Con movimenti lenti e misurati mi chinai sulla pistola.
Mi bastò un’occhiata per capire che tipo di arma fosse.
«È una Colt M1911 semiautomatica con caricatore da 7 colpi. Non è recente ma usata ancora oggi» spiegai a una Jane che sembrava sul punto di svenire a causa delle mie parole.
«E tu come lo sai?»
«Non so dirtelo. So solo che conosco questo tipo di pistola, so che è facile da usare grazie al poco rinculo e al caricatore amovibile. È stata la pistola d’ordinanza delle Forze Armate degli Stati Uniti per moltissimi anni» sciorinai come un fiume in piena totalmente fuori dal mio controllo mnemonico.
"Come diavolo faccio a sapere queste cose ma a non ricordare il mio nome?"
«Quindi tu sei un militare o qualcosa del genere?» ipotizzò Jane quasi sollevata.
«Non saprei… Forse sì» cercai di ricordare prendendo delicatamente l’arma tra le mani e cercando di trovare il mio passato attraverso le sensazioni che mi dava.
Niente. Le mie dita non sembravano aver grande dimestichezza con quell’oggetto.
Intanto, spinta dalla curiosità, anche Jane si era avvicinata, mantenendo comunque le debite distanze.
«La domanda è: perché?» sussurrò con voce tremolante.
«Un "perché" così grande da richiedere più di una risposta»
Ancora persi nei nostri ragionamenti, percepimmo a malapena lo scatto della serratura della stanza. Fu l’urlo che ne seguì che mi fece saltare giù dal letto e puntare l’arma verso la figura che si stava stagliando sull’uscio.
Da questo, ci fu un susseguirsi di eventi folli: io che puntavo la pistola contro una povera donna obesa dai tratti somatici portoricani, questa che urlava e pregava Dio di non morire, Jane che cadde malamente sul letto, trascinata dallo scatto della catena che avevo tirato…
Mancò poco che per la paura e il caos non premetti davvero il grilletto.
Spaventato da me stesso e da quella pistola ingombrante, tentai di comunicare con quella che doveva essere una cameriera dell’albergo.
Purtroppo la povera donna non sembrava capire una parola e in preda alla disperazione, si gettò a terra chiedendo la grazia.
«Non succede nulla, signora! La prego, ci aiuti! Siamo incatenati, vede?» intervenne Jane cercando di farsi capire ma come risposta la nuova arrivata si mise a piangere.
«Signora, si calmi! Non si preoccupi. È tutto a posto» cercai di tranquillizzare la donna scandendo bene le parole.
«Ma sei scemo? Come credi che possa calmarsi se continui a puntarle una pistola contro!» m’interruppe Jane furiosa, cercando di togliermi l’arma di mano con violenza e rischiando di far partire un colpo.
Un brivido di terrore mi pervase la schiena al pensiero di cosa sarebbe potuto succedere di fronte a un proiettile vagante, ma cercai di concentrarmi sull’unica persona che in quel momento poteva salvarci.
«No, signora! Non deve piangere! Non le facciamo niente! Vede?» mi accodai lanciando ancora più lontano la pistola con un calcio per far capire che non ero pericoloso. «A noi serve solo la chiave! Lì, per terra!»
«La chiave! Chiave! Key! Clée! Oh, diavolo, come si dice "chiave" in spagnolo!» si irritò Jane.
Nulla. La donna non sembrava voler capire e mentre Jane continuava a dimenarsi per far capire che ci serviva la chiave per aprire le manette, quest’ultima, conscia della nostra immobilità, si rialzò e in un impeto di coraggio e follia, prese la porta e scappò via.
Provammo a chiamarla urlando a squarciagola, ma nessuno tornò.
«È tutta colpa tua!» mi accusò all’istante Jane.
«Che cosa?» sfuriai indignato.
«È ovvio che l’hai terrorizzata con quella pistola!»
«Non l’ho fatto apposta! Mi è venuto spontaneo! Come potevo sapere che stava entrando quella donna! Per quel che ne sappiamo, poteva essere la nostra rapitrice»
«Non dire assurdità» bofonchiò buttandosi sul letto arresa.

***


Non so quanto tempo passò. Dieci minuti o forse mezz’ora, ma qualcuno finalmente bussò alla porta.
«Lascia parlare me» mi agitai subito preoccupata che quell’isterico senza nome facesse scappare anche quest’altra persona.
L’occhiataccia che mi inviò non riuscì ad offendermi e per tutta risposta lo zittii. «Ssssh!»
«Avanti!» esclamai alla persona dietro la porta cercando di assumere un tono leggero anche se in cuor mio ero terrorizzata all’idea che potesse essere un rapitore assassino e maniaco.
Con cautela, dopo qualche secondo, che a me sembrò un’eternità, fece capolino con la testa un giovane venticinquenne dall’aria allegra ma reverenziale con la sua divisa marrone simile a quella dei facchini degli alberghi.
«Permesso… Buongiorno» ci salutò educatamente, entrando nella stanza e fingendo totale indifferenza verso lo scenario che gli si parava davanti: due idioti ammanettati al letto e una pistola per terra.
«Buongiorno»
«Dovete scusare Carmelita. È l’ultima arrivata al Raize Hotel e deve ancora imparare a…»
«Non ci interessa! Anzi, siamo noi a doverci scusare con lei. Temo che lui… mio marito… credo, insomma, non ha importanza… l’abbia spaventata con quella sciocca pistola giocattolo» balbettai sempre più confusa e a corto di idee cercando di sembrare ciò che non ero mai stata: una perfetta bugiarda.
«Oh, signora Mosey, lei è troppo gentile!»
Bastò il suono del mio cognome per ravvivarmi!
"Allora c’è qualcuno che mi conosce! Finalmente qualcuno potrà spiegarmi cosa ci faccio qui, legata a un letto d’albergo e con indosso un vestito da sposa strabiliante e uno sconosciuto che sembra essere mio marito" urlarono i miei neuroni facendo capriole per tutto il cervello.
«Allora lei mi conosce!» sentenziai impaziente ed emozionata di essere a un passo dallo scoprire quell’enorme mistero che mi aveva avvolta da quando mi ero svegliata.
«Ma certo! Come potrei non sapere chi è lei!» esclamò sorridente e arrossendo lievemente l’uomo.
«Bene! Sa… Oggi mi sono svegliata male e faccio addirittura fatica a ricordare come sono finita qui» bofonchiai a disagio sotto lo sguardo di rimprovero e disappunto dello sconosciuto al mio fianco.
«Non si preoccupi, signora Mosey. È normale! Del resto, ieri sera, suo marito aveva ordinato una bottiglia di Bollinger proprio con audaci intenzioni» ci informò il giovane facendo infiammare le guance sia a me che al mio compagno di disavventura. «Le sue parole sono proprio state: "Jane, amore mio, ti farò dimenticare pure chi sei dopo questa notte"».
«Ho detto proprio così?» sussurrò appena l’uomo in totale imbarazzo con un sorriso da ebete sulle labbra che mi fece suonare l’allarme nella testa più di quanto non fece la frase dell’addetto, che nascondeva altre domande.
«Cosa significa che ieri sera mio marito ha ordinato un Bollinger?» mi ravvivai scacciando ogni fantasia romantica che mi stava allontanando dalla realtà.
«Quello che ho detto: suo marito voleva festeggiare il vostro matrimonio anche se era già terminato il ricevimento. Non è una cosa strana… Capita spesso»
«Matrimonio? Ricevimento? Marito? Ieri? Ma cosa sta dicendo? Io ieri ho finito il turno al Saint-George verso le cinque di sera e poi sono corsa a fare una spesa veloce al market e infine sono andata a casa. Sono sicura al cento per cento che ieri non ho sposato proprio nessuno e tantomeno lui! Neanche so chi è!» esplosi fuori di me.
«Eppure le posso assicurare che lei ieri è arrivata qui e ha convolato a nozze. Avete prenotato l’albergo per due giorni prima di partire per le Maldive»
«Le Maldive?!» ripetei sempre più stordita e conscia che quello che diceva non corrispondeva a ciò che ero sicura di ricordare. «Ma se oggi il mio turno di lavoro comincia alle cinque del pomeriggio» ruggii subito travolta da un altro trauma: il lavoro!
«Veramente avevate il volo stamattina alle otto. Sono le undici ormai e purtroppo so che il vostro jet privato non vi ha aspettato»
«Adesso io avrei anche un jet privato?»
«Se avete fatto la comunione dei beni credo che adesso sia di entrambi» mi sorrise il dipendente dell’albergo senza scomporsi.
Avrei voluto strapparmi i capelli dal nervoso!
Possibile che nessuno volesse capire che io non c’entravo niente con tutta quella storia? Che non mi ero sposata per davvero? E che di sicuro non avevo un jet privato!
Era vero che un mese fa avevo ricevuto dalla mia zia Paula una cospicua eredità, ma di certo non era sufficiente per comprare un jet… al massimo una macchina di lusso ma senza andare su una full optional.
«Allora siamo ricchi!» esultò quello che tutti riconoscevano come mio marito, tranne me.
«Io di sicuro non sono ricca!» intervenni seccata.
«In effetti avete appena subito una grossa perdita, quindi…» si rabbuiò subito il nuovo arrivato facendoci cadere nello sconforto.
Nemmeno il tempo di gustarsi l’idea di essere diventati ricchi, proprietari di un jet, che già sembravamo essere sull’orlo della bancarotta.
«Quale perdita?» s’incuriosì il mio compagno guadagnandosi una feroce occhiataccia da parte mia.
«Il Jet. È precipitato un’ora fa. Ne parlano tutti i telegiornali» ci avvisò triste accendendo il televisore.
In un baleno le foto di rottami di un piccolo aereo presero vita sullo schermo mentre una voce narrante spiegava l’accaduto come un’incidente dalle cause ancora incerte.
«Se penso che dovevate essere su quell’aereo! Se solo la vecchia receptionist si fosse ricordata di telefonarvi per la sveglia… Oh Signore! Non posso pensarci! È un miracolo che siate ancora vivi!»
Il pallore sul viso di mio marito si rifletté su di me.
Mi sentivo prossima a uno svenimento colossale.
"Stavo per morire! Stavo per morire! A quest’ora sarei già morta!" ripensai scioccata con il fiato corto simile a quello di uno scoiattolo impaurito.
«Io nemmeno dovrei essere qui» sussurrai flebile aggrappandomi a quel briciolo di razionalità rimasta. «Tra poche ore ho il turno serale del sabato e…»
«Sabato?» ridacchiò il ragazzo divertito. «Beh, credo che ormai sia tardi, no?»
«Tardi?»
«Sì! Oggi è domenica, signora Mosey» squittì con voce canzonatoria.
«Domenica?» riuscii a ripetere mentre sentivo l’aria stantia intrappolata nei polmoni.
«Sì… Domenica 6 settembre»
«Ma ieri era venerdì 4 settembre…» soffiai mentre una miriade di puntini neri cominciava a coprire l’uomo di fronte a me.
«Mi dispiace, ma credo che si sia persa qualche giorno a causa dei festeggiamenti».
"Ma quali festeggiamenti? Quali?" urlò la mia mente prima di cadere nell’oblio.


CONTINUA…


 
Torna ai contenuti | Torna al menu